Sapete cos'è il Gofer?
Nel linguaggio informale americano è il fattorino, il ragazzo tuttofare, il servo di tutto l'ufficio (da "go for" = andare a prendere)
Questa mattina, lungo il corridoio della scuola che amo, la Comasca della Fondazione Karis, davanti al mare della mia città, tanto celebrata e sconosciuta in tutto il mondo, Rimini, dove non faccio null'altro se non spegnere le luci rimaste accese mi è venuto in mente un ragazzo, che Bubi ed io abbiamo conosciuto molti anni fa, poco tempo dopo che le Torri Gemelle di New York erano state buttate giù e stavano per essere ricostruite le nuove. C'era ancora il cantiere con il buco vuoto. Bubi era stato invitato al matrimonio di un ragazzo della sua parrocchia con una stupenda ragazza americana di origine peruviana, un ingegnere informatico di quelli che in Italia erano ricercati e contesi a quel tempo.
Il matrimonio doveva svolgersi a Nashua, nel New Jersey, che è veramente a pochi passi (in termini di distanze d'oltremare) dalla città oggi più famosa al mondo, il cui skyline (profilo) si vedeva bene anche dal piccolo paesino dove eravamo ospitati da una famiglia ecquadoriana, Belleville, già abitata da immigrati italiani. Il piccolo cimitero militare ne faceva ampiamente fede con le sue lapidi curatissime e la bandiera a stelle e strisce che garriva al vento. Quei ragazzi avevano dato la vita per liberare l'Europa dal nazismo ed ora riposavano col corpo in quel minuscolo giardino a perpetua memoria del loro sacrificio.
Quella mattina Bubi decise di prendere il treno locale e andare a New York, altro Stato, stessa lingua, in cui suo babbo aveva lavorato 50 anni prima per mantenere la famiglia lasciata in Italia. Immigrato, come molti sammarinesi, dopo una settimana di navigazione, aveva passato tutti i test e le visite sanitarie su Ellis Island e aveva fatto il lavapiatti in un ristorante di Brooklyn, in cui poi era diventato cameriere e aveva servito attori e cantanti, il grande Mario del Monaco fra gli altri.
Il ristorante non c'era più, ma una steakhouse lì vicina ci accolse e fra gli avventori un vecchio giornalista della CBS ci testimoniò in perfetto italo-barese che sì quel ristorante era esistito proprio lì davanti, ma a New York tutto vive poco tempo e ogni cosa si rinnova in pochi anni.
Contenti e un po' delusi insieme, andammo a trovare gli amici di CL e lì incontrammo un amico, il cui nome ora mi sfugge, il Gofer. Faceva questo lavoro per pagarsi gli studi all'Università. Ci accompagnò in giro per la città, come guida turistica abusiva.
Attraversammo il Ponte di Brooklyn a piedi recitando il Rosario, visitammo la zone del Porto dove sorgevano le Torri Gemelle, passammo davanti allo Stock Exchange (Borsa), il tempio dei soldi, acquistammo due pile da un venditore ambulante nero e ci inifilammo, per il freddo intensissimo, a San Patrizio, vero rifugio per gli homeless della città che non dorme mai. Poi andammo a pranzo e Bubi chiese del vino per sè e per l'amico.
La lunga passeggiata terminò con una mancia all'amico, che ci aveva guidato; con la Metro e il treno ritornammo a casa.
Ecco, qui nella scuola che amo io sono il Gofer, in mezzo a studenti, insegnanti, segretarie e operai, spengo le luci rimaste accese, giro per i corridoi, scambio parole e sguardi. Niente di più.
Stamattina, nel corridoio del secondo piano, in silenzio, da solo, appoggiandomi alla finestra, perché sono vecchio, ho chiesto espressamente alla Madonna di essere il suo Gofer, il garzone "inutile", quello che serve tutti.
Essere il Gofer della Madonna è un onore incredibile!

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